
Erba, 7 agosto 2026 — Il calcio italiano piange uno dei suoi ultimi capitani veri. Franco Baresi si è spento a 66 anni, dopo una lunga battaglia contro la malattia che lo aveva colpito un anno fa. Con lui se ne va non solo un campione, ma un’idea di calcio che sembra ormai lontana: quella di chi resta fedele a una maglia per un’intera vita.
UNA VITA, UN SOLO COLORE
Nato l’8 maggio 1960 a Travagliato, in provincia di Brescia, Baresi arriva al Milan quasi per caso: scartato dall’Inter — la squadra del fratello maggiore Giuseppe, e quella per cui tifava da bambino — perché ritenuto troppo esile fisicamente, trova nel Milan la casa di una vita intera. Un errore di valutazione che avrebbe cambiato per sempre la storia del calcio italiano.
Esordisce in Serie A il 23 aprile 1978, ad appena 17 anni, in un Verona-Milan che oggi si guarda come un documento storico. Da quel momento, per vent’anni, non toglierà più la maglia rossonera: [719 partite ufficiali], secondo giocatore di sempre per presenze nel club dopo Paolo Maldini, capitano più giovane della storia del Milan a soli 22 anni.
IL LIBERO CHE HA CAMBIATO IL RUOLO
Chiamato “Piscinin” per la sua corporatura minuta agli esordi, e poi “Kaiser Franz” per il suo modo di interpretare il ruolo di libero — paragonato per stile e leadership al tedesco Franz Beckenbauer — Baresi ha ridefinito cosa significhi difendere. Non un semplice ultimo uomo, ma il cervello di una difesa capace di leggere il gioco prima ancora che accadesse.
Insieme a Maldini, Tassotti e Costacurta, ha formato uno dei reparti arretrati più forti mai visti in Europa: quel quartetto portò il Milan a un record di 58 partite consecutive senza sconfitta nei principali campionati continentali. Con la fascia al braccio dal 1982, ha guidato i rossoneri attraverso gli anni difficili — comprese due retrocessioni in Serie B nei primi anni Ottanta, quando avrebbe potuto scegliere altre strade e non lo fece mai — fino a portarli sul tetto d’Europa e del mondo con Arrigo Sacchi e Fabio Capello.
Il suo palmarès resta tra i più ricchi nella storia del calcio: [sei Scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, tre Supercoppe Europee, quattro Supercoppe Italiane]. Al suo ritiro nel 1997, il Milan decise di ritirare la maglia numero 6: nessun altro giocatore rossonero la indosserà mai più.
LE LACRIME DI PASADENA
Se c’è un’immagine che racconta l’uomo oltre al campione, è quella della finale mondiale del 1994 a Pasadena. Baresi arriva alla rassegna americana da capitano designato della Nazionale, ma un infortunio al menisco nella seconda partita del girone sembra chiudere in anticipo il suo Mondiale. Si opera, e in appena venticinque giorni è di nuovo in campo per la finale contro il Brasile — un recupero che ancora oggi si racconta come impresa quasi impossibile.
L’Italia perde ai rigori, e Baresi sbaglia il primo tiro dagli undici metri. Le sue lacrime, in ginocchio a centrocampo, restano una delle immagini più struggenti della storia del calcio azzurro — non un momento di debolezza, ma la prova di quanto ci tenesse, fino in fondo. Con la Nazionale ha collezionato [81 presenze], un Mondiale vinto nel 1982 (pur senza scendere in campo) e la finale del 1994 da capitano.
UN’EREDITÀ CHE VA OLTRE IL CAMPO
Restato legato al Milan anche dopo il ritiro — prima nel settore giovanile, poi in ruoli dirigenziali fino alla nomina a vicepresidente onorario — Baresi ha continuato a rappresentare il club in eventi istituzionali fino agli ultimi mesi di vita. Lo scorso febbraio, nonostante la malattia, aveva partecipato come tedoforo alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, un’immagine che aveva fatto sperare in una ripresa.
La notizia della sua morte, arrivata nella notte tra il 30 e il 31 luglio, ha scatenato un’ondata di cordoglio da tutto il mondo del calcio — compagni di squadra, avversari, tifosi di ogni fede calcistica. Anche i sostenitori della Juventus lo ricordano con affetto per un gesto che risale al marzo 1990: in visita a Heysel per la Champions League, Baresi depose 39 rose in memoria delle vittime della tragedia del 1985, un omaggio silenzioso ricambiato dai tifosi bianconeri con lo striscione “39 volte grazie”.
Il Milan lo ha salutato con parole semplici e definitive: la storia del club è in lacrime. Non poteva essere altrimenti, per chi quella storia l’ha scritta interamente, senza mai cambiare casacca, dal primo giorno all’ultimo.
MondialFoot360 — In ricordo di una leggenda